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Sanchez, «Pocahontas» e gli altri I nuovi italiani con le stellette

20 Maggio 2009

Coriere della Sera
7 Maggio 2009
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La caporale: «A Cuneo una signora mi ha chiamata 'la negretta'degli alpini»
Esordio dei militari di origine straniera in una parataufficiale: nelle forze armate sono 1.500
ROMA — Indossano il fez da bersagliere, la penna degli alpini,il basco amaranto dei parà. Uno ha la pel­le nera, un altrolineamenti orienta­li, la giovane caporale uno splendi­doprofilo sudamericano. Alcuni so­no veterani di missioniall’estero. Escono in coppia, in squadra, in plo­tone. Ma li sipuò trovare anche nel­le città, incaricati della sorveglianzadi caserme o ambasciate, e in queste ore in Abruzzo, impegnati nelsoc­corso ai terremotati. Sono i «nuovi italiani» con lestellette. Un «reggi­mento» in aumento: figli di immi­gratidi seconda generazione, ex bambini «multicolori» nati da cop­piemiste, oppure ragazzini adottati negli anni ’70 e ’80 e poicresciuti nelle nostre scuole, fino al momen­to della scelta diservire e onorare la Patria. La loro Patria adottiva. Eccola, la brigata multietnica del­­l’Esercito:stamattina sette di loro, in rappresentanza dei circa 1.500 mi­litaridi cittadinanza italiana e origi­ne straniera, faranno il loroesordio in una parata ufficiale. Saranno in tribuna d’onore percelebrare l’avve­nuta «piena e felice integrazione». È statoil capo di Stato Maggiore, gene­rale Fabrizio Castagnetti, ascegliere una giornata solenne come quella di oggi, 148˚anniversario della fonda­zione dell’Esercito italiano, per dareil suo suggello: alle 10.30, nel corso della cerimonia presso lacaserma «Gandin» alla presenza del capo del­lo Stato, l’altoufficiale oltre a ringra­ziare tutti i suoi soldati per la loro«professionalità, dedizione e umani­tà» dedicherà un salutoproprio a lo­ro, i militari di origine straniera. E la consacrazione avverrà in un modo particolare,chiamandoli uno alla volta, per nome: prima i più alti in grado —i caporalmaggiori Luis Pau­dice, originario del Brasile, MurthiSello (India) e Gailson Silva Lopes (Capoverde), poi l’alpinaVivian Peña (Colombia), e infine i caporali Harol Alfonso CorralesMedina (Co­lombia), Walter De Luca (Filippine) e l’artigliereMonica Mary Sighel, se­conda donna del gruppo, nata in Sri Lanka.Gongola uno degli ufficiali che ha organizzato l’evento: «Noidell’Eser­cito siamo fatti così: a 40 gradi al­l’ombra ezaino in spalle, ciò che conta è la capacità, lavorare gomito agomito e coprire le spalle al compa­gno. Non abbiamo pregiudiziné dif­ficoltà di integrazione. E le storie di questi ragazzilo dimostrano». C’è ad esempio il sorriso e l’ener­gia delcaporalmaggiore Vivian Peña, soprannominata dai colleghi«Pocahontas», che dalla Colombia dove nacque 24 anni fa ha giàri­schiato la vita sotto le nostre inse­gne per tre volte,nelle due missioni svolte in Afghanistan e una in Koso­vo.«All’estero nessun problema con i colleghi. Mai. Però una volta,sfilan­do a Cuneo con il mio battaglione, una signora esclamò:'Toh, c’è una negretta tra gli alpini!'».

Gailson Sil­va Lopes, originario di Capoverde e accentoromanesco, è il basco ama­ranto che ride accanto a due suoicol­leghi davanti al temibile «Centau­ro», il blindopesante di cavalleria. «Di discriminazioni razziali — giura —non ne ho mai subite». Cresciuto a Gallicano, paesino in provinciadi Roma, adesso semmai lo prendono in giro per la divisa da paràdella Fol­gore quando gira per le strade di Pi­sa. Walter DeLuca è il basco nero al centro della foto: padre italiano e madrefilippina. Si conobbero e inna­morarono durante una vacanza 21anni fa e ora loro figlio, VFP1 in fan­teria, è in ferma di unanno presso la Scuola sottufficiali di Viterbo e so­gna didiventare effettivo. E c’è anche chi ha fatto carriera: ilcapitano Edmondo Tito, 37 anni, sposato con un’informatricefarma­ceutica abruzzese e padre di due bimbi, è nato in Senegal.«I miei ge­nitori naturali non li ho mai cono­sciuti ». Fuabbandonato a sette gior­ni in un orfanotrofio e adottato a 10mesi da una coppia romana, papà pi­lota Alitalia e mammacasalinga. «Vi­vo in Italia da 37 anni — scherza gio­candosui colori — e prima ero una mosca bianca: alle elementari, allemedie, al liceo scientifico Cannizza­ro dell’Eur, sono semprestato l’uni­co nero. Poi la società e cambiata e l’Esercitoha rispecchiato, persino in meglio, questa crescita. Non potreb­beessere diversamente: noi abbia­mo una vocazione internazionale,nelle mie missioni in Bosnia, Koso­vo, Libano e Afghanistan hofatto esperienze indimenticabili». Il capitano Tito si è laureatoin Scienze politiche alla «Sapienza» e oggi lavora nell’UfficioInformazio­ne dello Stato Maggiore: «Potrà sem­brarestrano, ma tra militari abbia­mo una mentalità più aperta —rac­conta —. Se un’idea buona viene a un caporale, vale lostesso. Sarà per­ché in maggioranza siamo giovani, abituati aconoscere altri popoli, ad andare in vacanza all’estero». Èfuo­ri dalla caserma, semmai, che al capi­tano Tito qualcunonon manca di ri­cordare le sue origini: «Per esempio quando vadoal ristorante, qui a Ro­ma: spesso capita che a mia moglie ilcameriere dia del 'lei' mentre a me del 'tu'. Oppure quella voltache, non ancora sposato, prestavo servizio a Perugia e con un collegaci presentammo da una signora per chiedere una stanza in affitto: alui la diedero, a me no». Fabrizio Peronaci

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